Giandomenico Tono: yvy imaráa - la terra senza male

“Queste fotografie sono state scattate in 4 differenti viaggi in Bolivia, tra la fine del 1997 e il 2000. Quando conobbi questo paese ne rimasi affascinato per la varietá delle sue culture, delle sue popolazioni, dei suoi paesaggi. Per l’intensitá della sua natura.
Per le sue contraddizioni.
È un paese dolce e duro contemporaneamente.
Le fotografie raccontano di villaggi, di comunità, di mercati e di botteghe, della vita quotidiana, di come si vive e di come si muore, della dignità della gente, della bellezza e del coraggio”.
(Giandomenico Tono)

“Giandomenico Tono è un viaggiatore, un camminatore che si avvicina con rispetto al mondo quotidiano della gente. I suoi passi, sempre lo portano a scoprire, a rivelare – si direbbe, per giocare con la natura della sua arte – quelle zone dove l’uomo appare nella sua dimensione piú concreta: nelle sue relazioni con la natura, con il lavoro, con se stesso”.
(Rubén Vargas, “Pulso”, dicembre 1999)

“L’esposizione ci porta dalle pianure amazzoniche fino agli altipiani andini, e racconta la vita quotidiana dei boliviani, mescolando tenerezza, povertà, dignità e durezza.”
(Francis Robert, “Sud Ouest”, ottobre 2000)

“La Bolivia di Tono è un riconoscimento dell’indianità, un inno alla pluralità delle culture.”
(“La Semaine du Pays Basque”, novembre 2000)

“Non sono un esperto di fotografia. Parlo da neofita. Ho scelto di illustrare un numero della rivista “El tonto del pueblo” con le foto di Giandomenico Tono perchè mi sembrava che riflettessero una verità sulla Bolivia. Non come documento, né come reportage.
In quelle foto vedo la Bolivia reale, non turistica e nemmeno esotica. Una Bolivia che si contraddice, dove l’idea di sé dei soggetti rappresentati non coincide, ma nemmeno stride con il loro contesto. Dove il contesto non fa che mettere in risalto la differenza. C’è chi accusa Tono di far posare i suoi modelli, di fare dei ritratti. E in parte i suoi lavori lo sono, ma di un genere piú profondo. Perché il contesto nelle sue foto spiega l’uomo che ne sta al centro. E lo spiega perché ce lo mostra contraddittorio, fragile, fintamente spavaldo, ingenuamente orgoglioso. Voglio dire: è un puro caso che l’uomo che mangia da solo in un ristorante non stia anche lui nella lista dei cibi appesa al muro, proprio sopra la sua testa.
E non si può non amare l’albero sotto il quale una ventina di bambini giocano e svolgono le loro attività. E nell’armeria il contrasto tra le croci e le centinaia di armi da fuoco appese e buttate sul letto di chi ci lavora a testa china; la combinazione dei ritratti e l’icona della Madonna con la ragazza della pubblicità di una bevanda; l’uomo che lavora e la tendina che la sera verrà stesa per creare uno spazio piú intimo – la stanza da letto del capofamiglia – rivelano della Bolivia, delle sue fedi, delle sue condizioni di vita, piú di quello che puó dirne un trattato di sociologia.
E il rispetto con il quale il fotografo si avvicina ai propri soggetti crea immagini di una forza rara, come quella dei becchini attorno alla fossa per il fratello di uno di loro, che hanno voluto la foto per mostrare “come da noi muore la gente”, e “posano” con orgoglio e dolore, e insieme curiosità per il fatto di partecipare ad un ritratto insolito.
Certo, le foto di Tono non hanno il movimento dell’attimo rubato. Non cerca questo. Cerca un rapporto e lo trova. Non soltanto quello tra l’artista ed il soggetto (che spesso poi riceve la fotografia in cui appare) o l’adesione del soggetto al fatto di essere fotografato, ma anche il rapporto tra ció che si è (e si crede di essere), e il dove in cui la vita ci colloca.”
(César Brie, “Il gallo silvestre” N° 12, dicembre 1999).



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