Pedro Shimose

Pedro Shimose (Riberalta, 1940) è una delle voci di spicco della letteratura contemporanea in lingua spagnola e rappresenta degnamente, anche in termini di rinnovamento linguistico, il fondamentale contributo a essa apportato dalla poesia boliviana del secondo Novecento. La sua produzione poetica, tradotta in numerose lingue, comprende:

I primi otto libri sono stati raccolti in un volume di Poemas (1988). È saggista e storiografo (Diccionario de autores iberoamericanos, 1982; Historia de la literatura latinoamericana, 1989), narratore (El Coco se llama Drilo, 1976) e curatore letterario per i tipi dello Instituto de Cooperación Iberoamericano di Madrid (Oscar Cerruto, Poesía, 1985; Álvaro Mutis, 1993). È elzevirista del quotidiano “El Deber” di Santa Cruz de la Sierra (Bolivia). Ha ricevuto il Premio Nacional de Cultura de Bolivia nel 1999.

Dall’ Introduzione, di Luis H. Antezana, alle Riflessioni machiavelliche:
“Illimitata quasi come le savane, generosa come i fiumi e variegata come la flora e la fauna dei suoi luoghi nativi, non è affatto facile riassumere la poesia di Shimose. Le Riflessioni machiavelliche ci aiuteranno a precisarne alcuni aspetti, ma prima tenteremo di ricavare una (breve) visione d’insieme. Formalmente, Shimose è vastissimo e ha esplorato, si direbbe, tutte le possibilità dell’espressione poetica contemporanea, dalle sfide “concrete” dell’avanguardia fino alla costruzione orale di personaggi quotidiani. Come si può evincere dalla lettura delle Riflessioni machiavelliche, il suo dominio di quelle forme è tentacolare, ma, si può ben dire, perfettamente controllato. Sotto il profilo tematico, non è difficile riconoscere in Shimose, soprattutto nei primi libri – fino a Quiero escribir pero me sale espuma – una vena di critica sociale (non a caso il golpe militare lo obbligò all’esilio). Ed è sempre presente il tropico natale […]. Eppure Shimose non è localista, ma, al contrario, sempre preoccupato dei problemi sociali e umani della Bolivia, del mondo, e le Riflessioni ci permettono di constatare come le domande sul significato del vivere (umano) costituiscano una costante della sua opera. E senza mai distogliersi da ciò che lo impegna, ama accarezzare i suoi versi con pennellate di umorismo o di ironia. Metto in risalto quest’ultimo tratto perché lo ritengo parte vitale della trama, formale e tematica, delle Riflessioni machiavelliche”.

Di questo stesso libro, ha scritto Alessio Brandolini:
I testi delle Riflessioni machiavelliche di Pedro Shimose calano come fendenti di scimitarra: lucidi e precisi, pieni di uomini e vicende, forti e civili. Poesia di meditazione sulla cultura, la bellezza, la Storia, il significato dell’esistenza e il bruciore dell’esilio, essa non rifugge dai toni malinconici, in cui arde il senso di solitudine di chi, come Shimose, ha vissuto sulla propria pelle la persecuzione politica e lo sradicamento dalla madrepatria, ma anche il sogno di una società migliore – non a caso l’affinità con Machiavelli, non a caso il Rinascimento italiano. Ed è una solitudine stoica e sottilmente autoironica, in cui resistono la fiducia e l’ammirazione per l’uomo che ascolta, osserva e medita sul mondo, sul passato e sul presente, e che si apre al futuro. Ci imbattiamo così in versi gioiosi e in attimi di felice abbandono, dove i colori intensi dell’Amazzonia abbracciano le linee perfette dell’architettura di Firenze, fondendosi con il pensiero razionale e moderno del “quondam Segretario”.

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